Due di cuori

ho scritto t\’amo coi bit

mafia e politica

Per conto di una pubblicazione universitaria nella facoltà di Giurisprudenza di Palermo, ho realizzato una ricerca delle collusioni tra mafia e politica negli ultimi 100 anni.
E’ una ricerca molto lunga che spero sia gradita, soprattutto a chi vuole sapere, vuole capire.
Buona lettura!

COLLUSIONE TRA MAFIA E POLITICA

PRIMO POLITICO INDAGATO PER MAFIA

E’ il 1899 quando, per la prima volta, viene accusato formalmente di appartenere alla mafia un parlamentare: l’On. Raffaele Palizzolo.
E’ accusato di essere il mandante dell’assassinio di Emanuele Notarbartolo, ex direttore del Banco di Sicilia, accaduto il 1° febbraio 1893.
Emanuele Notarbartolo era riuscito a riorganizzare il sistema bancario siciliano, scosso dall’Unità d’Italia, restaurando il Banco di Sicilia.
Questo suo lavoro gli aveva creato numerose inimicizie anche all’interno dello stesso Consiglio di Amministrazione della banca, composto principalmente da politici legati a doppio filo con la mafia locale.
Tra loro spicca la figura dell’Onorevole Raffaele Palizzolo, che non riuscendo più ad attuare le sue speculazioni in campo bancario a causa del ruolo di Notarbartolo, creò non pochi problemi.
Gli assassini materiali del delitto furono Matteo Filippello e Giuseppe Fontana.
Questi due “bravi” rapirono Emanuele Notarbartolo, e il primo febbraio 1893 lo accoltellarono con 27 colpi di pugnale sul treno che va da Termini Imerese a Trabia.
Il mandante del delitto fu individuato nell’Onorevole Raffaele Palizzolo, che nel 1899 fu formalmente accusato per associazione a delinquere. La Camera dei Deputati autorizzò il processo a suo carico come mandante.
Nel 1902 la corte di Assise di Bologna condannò Palizzolo, ma il processo verrà annullato in Cassazione.
Mentre nel 1905 l’Onorevole Palizzolo venne assolto alla Corte d’Assise di Firenze per insufficienza di prove.
Alcune fonti riportano che al suo ritorno a Palermo venne accolto da eroe.

MOVIMENTO INDIPENDENTISTICO SICILIANO

Ma gli intrecci tra Mafia e Politica non riguardano soltanto legami tra la politica locale e Cosa Nostra, ma legami politici nazionali ed internazionali, in una serie di relazioni che si intensificano dopo il secondo conflitto bellico.
Il Governo Militare Americano (AMGOT), nel ringraziare la Mafia nella cacciata dei tedeschi dalla Sicilia, imposero come sindaco di Villalba (CL) Calogero Vizzini, meglio conosciuto come Don Calò.
Calogero Vizzini nacque il 24 luglio del 1877 in provincia di Caltanissetta, suo padre era agricoltore, i suoi fratelli entrambi preti.
Egli era un semi-analfabeta sotto la protezione di Francesco Paolo Varsallona.
Quando questa protezione venne meno nel 1903, con l’arresto di Varsallona, Vizzini si “trovò”, poco dopo, condannato a 20 anni per corruzione, frode e omicidio.
Solo l’intervento di alcuni “amici degli amici”, che furono in grado di offrirgli dei solidi alibi, che gli permisero di essere scagionato.
Ma la sorte gli fu ancora avversa perché nel 1933 il regime fascista impose il suo allontanamento dall’Isola per i legami con la mafia, legami che poté tornare a riallacciare solo nel 1937.
Oltre al confino per i mafiosi, lo Stato fascista tentò di indebolire le radici con cui la mafia si alimentava, togliendole, è proprio il caso di dirlo, la terra e l’acqua.
Due infatti sono le scelte politiche fasciste d’antimafia da mettere in luce, in primo luogo vennero tolte terre alla nobiltà siciliana che passò ad averne dai tre quarti del totale a poco più di un quarto e, in secondo luogo, venne ripristinato il controllo delle acque, monopolizzato dalla mafia, riconsegnandolo ai siciliani.
Ma caduto il fascismo, la mafia poté tornare alla ribalta, acquisendo nuovamente potere, ricompensa per la collaborazione agli americani prima, durante e dopo il conflitto.
Gli americani, per agevolare il successo dello sbarco, allacciarono un fitto scambio “diplomatico” tra mafia locale siciliana e mafia statunitense.
Uno dei più noti intermediari è Lucky Luciano, che venne, per questo, graziato in America e rispedito in Italia.
Nel 1943 la mafia ebbe, infine, l’onore di essere riconosciuta come struttura politico-amministrativa, garantita dalle truppe di occupazione.
Di questa svolta intrapresa dalla mafia nella politica e nella gestione della Sicilia possiamo leggere ciò che scrisse il Giudice Rosario Minna «Scomparso il fascismo, i mafiosi riapparirono prepotentemente, come è nel loro stile, in pubblico. […] Il generale dei Carabinieri Castellano, nel gennaio del 1945, presenta agli americani la possibilità di mettere insieme separatisti, mafia e partiti per governare la Sicilia contro il banditismo e la violenza generale».
Per capire il ruolo, invece, di Calogero Vizzini in questa storia possiamo citare uno scritto di Arrigo Petacco, noto giornalista che intervistò molti protagonisti della Seconda Guerra Mondiale: «La mafia si risvegliò infatti soltanto nel 1943 in coincidenza con l’arrivo degli americani. Molti mafiosi poterono così rientrare dal confino vantando addirittura improbabili meriti antifascisti. Don Calogero Vizzini, capo supremo della nuova mafia, fu visto percorrere l’isola a bordo di una carro armato americano: indicava agli alleati gli uomini giusti da mettere alla guida dei comuni e delle province».
Con la fine della guerra e la nascita della Repubblica, Calogero Vizzini, in società con Lucky Luciano, creò a Palermo la “fabbrica di confetti e dolciumi”.
Fabbrica che venne chiusa nel 1954 a causa di un articolo di giornale che sosteneva l’assai plausibile possibilità che dentro i confetti oltre che alle mandorle vi fossero delle piccole tracce di eroina.
Nello stesso anno della chiusura della fabbrica Vizzini morì, lasciando un patrimonio di parecchi miliardi di lire.
E’ difficile capire come personaggi del calibro di Lucky Luciano e Calogero Vizzini potessero circolare liberamente per tutto il territorio della penisola.
La causa va ricercata all’art. 16 del Trattato di Pace firmato dall’Italia alla fine della II Guerra Mondiale, nel quale si stabilisce l’impegno dello Stato italiano di non perseguire penalmente coloro che avevano collaborato con gli «alleati».
Nel 1944 è ormai tristemente famoso l’intervento di Andrea Finocchiaro Aprile, leader del Movimento Indipendentista Siciliano, col quale sostenne che “se la mafia non ci fosse bisognerebbe inventarla”.
E il MIS non era un partito di poco conto, in quell’anno contava quasi mezzo milione di iscritti. Tuttavia esso si sfaldò nel 1948 con la rinuncia di Andrea Finocchiaro Aprile alla carica di Senatore della Repubblica, portando di fatto il MIS a non avere rappresentanza in Parlamento.
Il MIS aveva tra i suoi maggiori contatti il bandito Salvatore Giuliano, contatti che permettevano al bandito di coprire dietro motivazioni politiche le sue azioni.
La figura di Salvatore Giuliano è ormai entrata nella leggenda siciliana, come lo sono entrate le origini del suo “darsi alla macchia”.
Le voci narrano che tutto ebbe inizio con uno scontro con dei carabinieri, per via di due sacchi di farina che il bandito trasportava, e che erano destinati agli abitanti affamati di Montelepre (sua terra natale).
Dopo i suoi contatti con il MIS, fu avvicinato da esponenti dell’Intelligence USA e trascinato nel G.R.I.S. (Gioventù Rivoluzionaria per l’Indipendenza Sicilina) ex E.V.I.S. (Esercito Volontario per la Indipendenza della Sicilia).
Sull’origine dell’E.V.I.S. le fonti sono discordanti. Alcune riportano che esso nacque per decisione del direttivo centrale indipendentista, altre per iniziativa personale di Antonio Canepa.
Antonio Canepa fu un partigiano catenese della seconda guerra mondiale.
Dopo aver fatto esplodere, nel 1943, l’aeroporto di Gerbini perché utilizzato dall’esercito tedesco, dovette sparire, rifuggiandosi al nord.
Al nord iniziò una intensa campagna partigiana, soprattutto a Firenze, tanto che i tedeschi misero una taglia sulla sua testa. In Toscana venne in contatto col Partito Comunista dal quale attinse molto delle ideologie che diffuse successivamente in Sicilia.
Quando, nell’autunno del ’44, le acque a Catania si calmarono, poté tornare nella sua terra natia e iniziare a preparare un esercito indipendentistico, con l’esperienza partigiana acquisita in maremma.
L’E.V.I.S. era organizzato in gruppi di circa cinquanta giovani che avevano una uniforme, si riunivano ed operavano nella più assoluta clandestinità. Esso si era dato il compito, da un lato, di sabotare il governo italiano con azioni di contrasto, dall’altro di far sì che il processo indipendentista siciliano trovasse una soluzione repubblicana anziché monarchica.
Il soprannome, o meglio il nome di battaglia, di Antonio Canepa era Mario Turri, comandante dell’E.V.I.S. che trovò la morte in contrada Murazzu Ruttu vicino Randazzo (CT) insieme ad altri due militanti, a seguito di un conflitto a fuoco con i Carabinieri, il 17 giugno del 1945.
L’assassinio di Antonio Canepa è, oggi, visto da molti come un complotto.
Ci sono dei particolari che rendono questa morte un mistero, punti che possono essere riassunti brevemente:
– Antonio Canepa, dopo essere stato ferito dai Carabinieri, non venne soccorso e morì dissanguato.
– La procedura dei Carabinieri prevede di aprire il fuoco prima sulle gomme del mezzo di trasporto e successivamente sugli uomini alla guida del mezzo stesso. In questa occasione questo protocollo non venne seguito, il fuoco fu aperto direttamente sulle persone trasportate.
– I Carabinieri non si presero la briga di redigere un verbale ufficiale e i magistrati dovettero ricostruire gli eventi basandosi sulle singole testimonianze.
– Come detto in precedenza, le morti dell’E.V.I.S. nello scontro a fuoco coi Carabinieri furono tre, ma le bare presenti in ospedale erano quattro! Infatti un esponente dell’E.V.I.S. venne chiuso nella propria bara da ferito, e solo grazie all’intervento del custode del cimitero riuscì a salvarsi. Una velocità nel voler chiudere e “seppellire” la faccenda che lascia quantomeno increduli.

La morte di Antonio Canepa è da ricercarsi nel tentativo di eliminare la componente riformista nel movimento.
La prova di ciò risiede nel fatto che alla morte di Canepa molti esponenti dell’MIS confluirono nell’E.V.I.S., creando nell’ottobre del 1945 la Gioventù Rivoluzionaria per l’Indipendenza Siciliana (GRIS), legata alla destra agraria dei nobili feudatari.
E su stessa decisione della destra separatista siciliana, il bandito Salvatore Giuliano, per mezzo dell’Intelligence USA, venne messo a capo del GRIS.
Ma presto gli americani abbandonano questi gruppi separatisti, e l’idea stessa di indipendenza dell’isola muore.
Lo stesso bandito Salvatore Giuliano decide di rientrare nella legalità, avendo avuto garanzie del riconoscimento dello Statuto Speciale per la Sicilia.
Eppure dopo questo tentativo, i mass-media cominciarono a descrivere le azioni di Giuliano come meri atti di brigantaggio.
Sino ad arrivare al culmine, avutosi con la strage di Portella della Ginestra, del primo maggio 1947.
In realtà, la stessa strage di Portella andava contro gli interessi e le strategie di Salvatore Giuliano.
Nuove ipotesi descrivono lo scenario in cui la strage di Portella della Ginestra fu organizzata dai Servizi Segreti USA, preoccupati dall’avanzamento del Partito Comunista in Italia.
L’accusa a Salvatore Giuliano venne ufficializzata dopo 4 mesi dai Carabinieri e, al bandito, non rimase altro che rifugiarsi a Castelvetrano.
Lì trovò la morte per mano del cugino Gaspare Pisciotta, il quale riuscì ad attirarlo in trappola con la promessa di farlo imbarcare in un sommergibile statunitense.
Nel 1954 Gaspare Pisciotta morirà in carcere a causa di un caffè avvelenato, dopo aver manifestato la sua volontà di rivelare la verità su ciò che accadde realmente a Portella della Ginestra.
Con la fine del conflitto bellico, l’abbandono del progetto degli USA di mettere le mani sulla Sicilia, la nascita della Repubblica la società siciliana cambiò profondamente.
E’ la Pubblica Amministrazione adesso ad essere il più importante ente economico siciliano.

SALVO LIMA E VITO CIANCIMINO

Per mettere le mani su questa nuova struttura, che si apriva verso settori economici nuovi, quali il commercio e il terziario pubblico, la mafia dovette stringere una fitta rete di accordi con la politica e i politici del maggior partito presente allora in Italia, la Democrazia Cristiana.
Da questo patto con la Democrazia Cristiana, la mafia poteva trarre profitti da appalti truccati, dallo sviluppo edilizio e anche dalla stessa riscossione delle tasse per conto dello Stato. Il partito Democristiano invece guadagnava i voti che la mafia riusciva ad ottenere con il controllo capillare sulla Sicilia.
In più i singoli politici guadagnavano economicamente dalle “ingenti bustarelle” che la mafia elargiva.
In questo sistema, in cui la mafia si trasforma in una potente lobby politica (anche se la parola “lobby” è davvero riduttiva), spiccano due figure democristiane a Palermo: Salvo Lima e Vito Ciancimino.
Salvo Lima è un personaggio che lo stesso Aldo Moro definì “troppo forte e troppo pericoloso”.
Ricoprì la carica di vice-sindaco dal 1956 al 1958 e poi quella di primo cittadino dal 1959 al 1964, e nuovamente dal 1965 al 1968.
Braccio destro di Salvo Lima e assessore comunale ai lavori pubblici dal 1959 al 1964 è Vito Ciancimino, insieme a Lima, ad essere i massimi esponenti siciliani della corrente politica “Primavera”, guidata a livello nazionale da Giulio Andreotti.
I due non si opposero al “Sacco di Palermo”, anzi ne furono per certi versi gli artefici.
Il Sacco di Palermo, non accomunabile al sacco di Roma – perché quest’ultimo fu compiuto dai barbari che depredarono la città – poiché il primo fu compiuto dagli stessi cittadini: la mafia distrugge il volto liberty di Palermo per meri interessi economici basati su concessioni edilizie e appalti.
Nei primi 4 anni in cui Salvo Lima fu sindaco e Ciancimino assessore, vennero concesse 4205 licenze edilizie, di cui 3011 intestate a 5 persone, risultate nullatenenti prestanome.
La riedificazione di Via Libertà, ad esempio, fu un grosso affare.
Le ville venivano distrutte in due sere a cavallo di un giorno festivo, in modo che la sovraintendenza non avesse alcun modo di intervenire.
Tra il patrimonio liberty ucciso in via Libertà ricordiamo la villa dei Whithaker, a piazza delle Croci, costruita su progetto di Ernesto Basile, l’architetto del Teatro Massimo e autore di molti progetti per i Florio (il castelletto Florio, Villa Igea), con i quali i Whithaker intrattenevano rapporti di affari e di amicizia.
Ma non vennero solo rase al suolo le splendide ville liberty del centro della città, per essere sostituite con palazzi giganteschi. Sorte analoga toccò alle periferie e a molte zone verdi. Il tutto con benestare di alcuni grandi Istituti di Credito siciliani, che finanziavano imprenditori mafiosi a scapito di quelli onesti.
Il popolo palermitano promosse Vito Ciancimino a Sindaco di Palermo e Andreotti promosse Salvo Lima a sottosegretario del Ministero del Bilancio, di cui lo stesso Andreotti, da circa 10 anni, era ministro.
La promozione di Salvo Lima a sottosegretario sdegnò Paolo Sylos Labini, che si dimise dal comitato tecnico-scientifico del ministero.
Il motivo era semplice, anche se solo un matematico (definirlo tale non è corretto, è più esatto dire che è il maestro delle generazioni future di economisti), capì che una persona come Salvo Lima, più volte figurante nelle relazioni della Commissione Antimafia, non poteva ricoprire la carica di vice-segretario al Ministero del Bilancio.
In primo luogo, Sylos Labini si rivolse ad Aldo Moro, il quale affermò di non potere fare nulla in quanto “Lima è troppo forte e troppo pericoloso”.
Infine si rivolse direttamente ad Andreotti, il quale lo liquidò senza neanche finire di ascoltarlo.
Se le vite di Salvo Lima e Vito Ciancimino hanno percorso per buona parte lo stesso cammino, le loro sorti differiscono.
Salvo Lima verrà assassinato a Palermo il 12 dicembre del 1992.
Un anno dopo la sua morte, la commissione antimafia darà per certi i suoi contatti con la criminalità organizzata.
Per conoscere i nomi degli assassini, invece, bisognerà attendere la sentenza della Cassazione del giugno 2003.
La Cassazione, con la sentenza per il delitto Lima, non supporta il cosiddetto “teorema Buscetta”, secondo cui tutti i componenti della cupola mafiosa sarebbero i mandanti di tutti gli omicidi di uomini delle Istituzioni.
La Cassazione, infatti, assolve dall’accusa di essere i mandanti dell’omicidio di Salvo Lima i capimafia Pietro Aglieri, Giuseppe Farinella, Giuseppe Graviano e Benedetto Spera, mentre conferma la condanna all’ergastolo per Salvatore Scalici e Salvatore Biondo, quali esecutori materiali.
Assolvendo così, di fatto, per il delitto Lima, i componenti della cupola, tranne Totò Riina e Raffaele Ganci, il cui ergastolo è stato confermato in una prima sentenza della Cassazione. Quanto a Michelangelo La Barbera e Nenè Geraci, i cui nomi (probabilmente per un errore) non furono inseriti nel dispositivo della sentenza, furono condannati all’ergastolo. Per Giovanni Brusca e Salvatore Biondino, che non avevano fatto ricorso in Cassazione, valse la condanna all’ergastolo stabilita in secondo grado.
Vito Ciancimino, invece, morirà nella sua abitazione romana dove scontava gli arresti domiciliari, dopo aver subito la condanna per associazione a delinquere di stampo mafioso.
E’ lui ad essere il primo esponente politico condannato per mafia: 10 anni in primo grado, poi ridotti a 8 e confermati in Cassazione.
Le indagini su Vito Ciancimino iniziarono dopo le rivelazioni di Tommaso Buscetta al Giudice Giovanni Falcone, dalle quali emerse che “Ciancimino è nelle mani dei corleonesi”.
Parole che trovarono conferma e che confermarono le valutazione della Commissione Antimafia.
Dopo le condanne in via definitiva, il Comune di Palermo chiese un risarcimento a Vito Ciancimino di 150 milioni di Euro. Ne ottenne solo 7.

PROCESSO ANDREOTTI

A metà degli anni ’90 Andreotti venne processato da due procure: quella di Perugia e quella di Palermo.
Giulio Andreotti è stato membro dell’Assemblea Costituente, sette volte Presidente del Consiglio, otto volte ministro della Difesa, cinque volte ministro degli Esteri, due volte ministro delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell’Industria, una volta ministro del Tesoro e ministro dell’Interno. È sempre stato presente nel Parlamento italiano dal 1946, ed è senatore a vita dal 1991.
I magistrati umbri lo accusano di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, direttore dell’Op, ucciso il 20 marzo 1979 e che avrebbe ricattato Andreotti, tra l’altro, proprio per le verità contenute nel memoriale Moro.
L’11 aprile 1996 ebbe inizio il processo: dopo 169 udienze, il 24 settembre 1999 venne pronunciato il verdetto di assoluzione “per non aver commesso il fatto”.
Il 30 ottobre 2003 verrà assolto dalla Cassazione in via definitiva dall’accusa di essere stato il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli.
Ma è l’altra accusa, quella della Procura di Palermo, a scuotere Andreotti: l’essere colluso con la mafia. Una notizia che dà un duro colpo all’immagine dell’Italia, in quanto per cinquant’anni la Repubblica sarebbe stata guidata da un politico mafioso.
Il 23 marzo del 1993 l’ufficio di Giancarlo Caselli inoltra al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere per concorso esterno in associazione mafiosa, autorizzazione che verrà concessa il 13 maggio 1993.
Molti sanno che la base del processo è la testimonianza di alcuni pentiti fra cui Balduccio Di Maggio, che racconta agli inquirenti di aver visto Andreotti “baciare” Totò Riina.
In realtà non solo di baci si tratta, tra le prove anche:
– un dipinto che i boss avrebbero regalato ad Andreotti
– un vassoio che Andreotti avrebbe fatto acquistare da un amico per regalarlo alla figlia di Nino Salvo nel giorno delle nozze.
– un agendina trovata in tasca di Nino Salvo, il giorno del suo arresto, nella quale un investigatore, poi ucciso, trovò i numeri di telefono di Andreotti sotto la voce “G”, come “Giulio”.
– infine un innocente rito quotidiano, la rasatura nella barberia di Torquato, coiffeur romano degli anni ’60, che si traduce nell’archetipo degli incontri indecenti: quello del senatore con Frank Coppola “tre dita”.
Le basi su cui si muove l’accusa sono semplici: secondo i magistrati, Andreotti avrebbe favorito la mafia nel controllo degli appalti in Sicilia, attraverso la mediazione di Salvo Lima.
Quando nel 1968 Salvo Lima entrò nella corrente politica di Andreotti, quest’ultima passa da un semplice 2% di iscritti alla DC al 10%, facendo trasformare una corrente laziale in una corrente nazionale (modificando il peso di Andreotti all’interno della Democrazia Cristiana).
Salvo Lima in quel periodo è un politico fortemente appoggiato da Cosa Nostra, in particolare da Stefano Bonfante, ed è molto legato ai cugini Salvo.
Come se non bastasse l’accordo con Lima, Andreotti strinse un accordo con Vito Ciancimino.
 Il patto, firmato a Palazzo Chigi, prevede che Ciancimino sia finanziato dalla corrente di Andreotti, e a Palermo Lima gli paga le tessere. Questo accordo durò sicuramente sino al congresso regionale della DC del 1983.
Nel 1978-1979 i rapporti tra Cosa Nostra e Andreotti si intensificarono, tanto che Andreotti poté chiedere più volte l’intervento della Mafia.
Secondo l’accusa, la prima richiesta che Andreotti fa alla mafia è la liberazione di Aldo Moro, incaricando Buscetta di contattare le Br. Ma a questa richiesta arriva un contrordine. Il motivo è da ricercare nelle carte di Aldo Moro, nelle quali sono presenti pesanti attacchi ad Andreotti. Queste carte verranno rinvenute solo 12 anni dopo il sequestro.
Ma sia Pecorelli che il gen. Dalla Chiesa vengono a conoscenza di alcune manomissioni del memoriale di Aldo Moro e nel 1978 sulla rivista OP, Pecorelli attacca Andreotti e Vitallone.
Il 20 marzo 1979 Pecorelli viene assassinato da Massimo Carminati, omicidio compiuto da Michelangelo La Barbera e Danilo Abbruciati.
Secondo la Procura di Perugia, che ricordiamo ha assolto Andreotti per non aver commesso il fatto, l’omicidio è stato commissionato dai cugini Salvo per conto di Andreotti, e da Claudio Vitallone per conto della banda della Magliana.
Questa, in realtà, non è una verità accertata, ma basata sul racconto di Tommaso Buscetta che riferisce le parole di Gaetano Badalamenti. Ma Gaetano Badalamenti non ha confermato le parole di Buscetta.
Nel 1979 la mafia, sempre per il memoriale di Aldo Moro, tramite Stefano Bontante contatta le Brigate Rosse per eliminare il gen. Dalla Chiesa, ma le Br rifiutano.
Sempre nella primavera-estate del 1979 nasce in Sicilia il “problema Mattarella”.
Il Presidente della Regione Sicilia, fino ad allora collaboratore e partecipe di Lima e Ciancimino, decide di andare contro gli interessi di Cosa Nostra.
Davanti a questa nuova presa di posizione, si svolge una riunione segreta a Catania tra Andreotti, Salvo Lima, Stefano Bontante e i cugini Salvo, nella quale lo stesso Andreotti riesce a prendere tempo sul da farsi.
La difesa di Andreotti sostiene, invece, che questo incontro non è mai potuto accadere poiché il Senatore a vita era sì a Catania ma da tutt’altra parte.
Mattarella era cosciente delle grosse inimicizie che si stava creando, e incontrò nell’ottobre del 1979 Virginio Rognoni (ministro dell’Interno), per manifestargli le sue preoccupazioni.
Dopo quell’incontro, si rivolse a Maria Grazia Trizzino dicendole: “Se dovesse succedermi qualcosa di molto grave, si ricordi di questo incontro col Ministro, perché a questo incontro è ricollegabile quanto di grave mi potrà accadere”.
L’omicidio del Presidente Mattarella avverrà il 6 gennaio del 1980.
Pochi mesi dopo, Andreotti ritorna in Sicilia e in una villetta di periferia di Palermo incontra Lima, Stefano Bontante e i cugini Salvo per manifestare la sua contrarietà davanti all’omicidio del Presidente della Regione Mattarella. Ma Bontante lo minaccia che avrebbe ritirato il sostegno elettorale della Mafia se non avesse accettato la situazione, e Andreotti accetta.
In merito a questo incontro è bene leggere la Sentenza della Corte di Appello di Palermo 2 Maggio 2003, Parte III cap. 2 pp. 1093-1185, Presidente Scaduti, Relatore Fontana. In particolare nelle conclusioni così si legge (pp. 1514-1515) «Del resto, ad ultimativo conforto dell’assunto, basta considerare proprio la, assolutamente indicativa, vicenda che ruota attorno all’assassinio dell’on. Pier Santi Mattarella.
Anche ammettendo la prospettata possibilità che l’imputato sia personalmente intervenuto allo scopo di evitare una soluzione cruenta della questione Mattarella, alla quale era certamente e nettamente contrario, appare alla Corte evidente che egli nell’occasione non si è mosso secondo logiche istituzionali, che potevano suggerirgli di respingere la minaccia alla incolumità del Presidente della Regione facendo in modo che intervenissero per tutelarlo gli organi a ciò preposti e, per altro verso, allontanandosi definitivamente dai mafiosi, anche denunciando a chi di dovere le loro identità ed i loro disegni: il predetto, invece, ha, sì, agito per assumere il controllo della situazione critica e preservare la incolumità dell’on. Mattarella, che non era certo un suo sodale, ma lo ha fatto dialogando con i mafiosi e palesando, pertanto, la volontà di conservare le amichevoli, pregresse e fruttuose relazioni con costoro, che, in quel contesto, non possono interpretarsi come meramente fittizie e strumentali.
A seguito del tragico epilogo della vicenda, poi, Andreotti non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi ed a allontanarsi senz’altro dagli stessi, ma è “sceso” in Sicilia per chiedere al Bontate conto della scelta di sopprimere il Presidente della Regione: anche tale atteggiamento deve considerarsi incompatibile con una pregressa disponibilità soltanto strumentale e fittizia e, come già si è evidenziato, non può che leggersi come espressione dell’intento (fallito per le ragioni già esposte in altra parte della sentenza) di verificare, sia pure attraverso un duro chiarimento, la possibilità di recuperare il controllo sulla azione dei mafiosi riportandola entro i tradizionali canali di rispetto per la istituzione pubblica e di salvaguardare le buone relazioni con gli stessi, nel quadro della aspirazione alla continuità delle stesse».
I rapporti con Cosa Nostra rimasero comunque intensi per il Senatore a vita Giulio Andreotti, sino a che non avvenne la presa di potere da parte dei Corleonesi.
Da quel momento in poi i rapporti diventarono tesi perché i Corleonesi lo accusarono di non aver fatto abbastanza contro il Maxi-Processo e soprattutto contro l’approvazione della legge Mancino-Violante, decreto che rendeva inutili le manovre processuali dei boss per giungere alla scadenza della carcerazione preventiva.
Dalle elezioni politiche del 1987 i “voti della mafia” vennero dirottati sul PSI.
Davanti a questo sfaldarsi delle relazioni tra Mafia e Andreotti, le vite di Salvo Lima e Ignazio Salvo sono in pericolo.
Infatti sono entrambi dei sopravvissuti alla guerra di mafia, poiché intermediari del Senatore Giulio Andreotti.
Andreotti è costretto a incontrarsi con Totò Riina per salvare le loro vite e per salvare la sua corrente politica.
Questo incontro avvenne nell’autunno del 1987, molto probabilmente il 20 settembre, a Palermo, durante la festa dell’amicizia, in quanto sussiste un vuoto di 4 ore nella vita del Senatore, in cui neanche la sua scorta è informata sul dove sia andato.
Nel 1987 inizia il tentativo di sgretolare il Maxi-Processo, con una lunga serie di provvedimenti sulla tecnica di valutazione delle prove.
Nel maggio del 1991, il Presidente della prima sezione della Corte di Cassazione Corrado Carnevale, prepara un Collegio per il Maxi-Processo che, secondo il suo pensiero, non potrà far altro che annullare tutte le condanne.
Il Giudice Corrado Carnevale è un magistrato italiano, noto per aver cassato numerose sentenze dei tribunali chiamati a giudicare su temi di mafia e per essere stato coinvolto in uno dei maggiori scandali per corruzione della storia della magistratura italiana.
Finì sotto i riflettori per la prima volta nel 1986, per aver assolto un imputato accusato di associazione mafiosa, per la mancanza di un timbro a secco in una procedura burocratica.
Divenne un famoso “assassino di sentenze” cassando, con una firma, lunghissimi e faticosi processi a imputati accusati di collaborazione con Cosa Nostra.
Ma il progetto del Collegio per il Maxi-Processo fallisce per iniziativa del Presidente della Corte di Cassazione Brancaccio che nell’ottobre del 1991, designa come Presidente del collegio Arnoldo Valente, che conferma tutte le condanne.
Il 30 gennaio 1992, con la conferma delle condanne in cassazione, Totò Riina esce di testa e decide di vendicarsi contro i politici che lo hanno tradito.
Il 12 marzo del 1992 viene ucciso Salvo Lima.
Brusca e Bagarella, dopo le stragi di Capaci progettano un attentato contro Giulio Andreotti, mentre il 17 settembre del 1992, a Santa Flavia, viene ucciso Ignazio Salvo.
La sentenza del Processo a Giulio Andreotti venne emessa nel 2003 dalla Corte di Appello di Palermo, e in essa si parla di «una autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980».
Sia l’accusa che la difesa presentarono ricorso in Cassazione. Ma la Corte di Cassazione confermò la sentenza d’appello.
Se la sentenza definitiva fosse arrivata entro il 20 dicembre del 2002, il reato di associazione mafiosa per Andreotti non si sarebbe prescritto, ma egli sarebbe stato comunque condannato solo per associazione “semplice”, poiché l’associazione di stampo mafiosa fu introdotta con la legge Rognoni-La Torre soltanto nel 1982.

MARCELLO DELl’UTRI E SILVIO BERLUSCONI

Ma Giulio Andreotti non è l’unico ex Presidente del Consiglio indagato per essere colluso con la mafia.
Anche il Cavaliere Silvio Berlusconi è stato più volte indagato per associazione mafiosa, in particolare per essere il mandante a volto coperto di alcune stragi che colpirono l’Italia tra il 1992 e il 1994 (attentato agli Uffizi, al Padiglione di Arte Contemporanea, a San Giovanni in Laterano, allo stadio Olimpico, a Fromello-Roma)
Fu la procura di Firenze a scrivere Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri (con il soprannome di AUTORE 1 e AUTORE 2) nel registro degli indagati.
Ma il PM chiese l’archiviazione del procedimento al termine delle indagini preliminari, con rinvio accolto dal GIP.
Anche a Caltanissetta, però, Berlusconi e Dell’Utri vengo iscritti nel registro degli indagati come mandanti delle Stragi del Giudice Falcone e Borsellino.
Le indagini trovavano il loro fondamento nelle dichiarazioni di Salvatore Cancemi, di Cannella e La Barbera, di Pennino e Siino, nei verbali di Vittorio Mangano e negli esiti delle indagini della DIA del Gruppo Falcone e Borsellino.
Anche se “gli atti del fascicolo hanno ampliamente dimostrato la sussistenza di varie possibilità di contatto tra gli uomini appartenenti a “Cosa Nostra” ed esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli odierni indagati” il 3 maggio del 2002 lo stesso PM archivia il caso.
A Palermo, invece, Berlusconi e Dell’Utri vengono indagati per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio di denaro sporco. Ma nel 1998 il procedimento per Silvio Berlusconi verrà archiviato perché scaduto il termine massimo per le indagini preliminari.
Mentre il GIP rinvia a giudizio il 9 maggio del 1997 Marcello Dell’Utri e il processo inizia il 5 novembre.
Marcello Dell’Utri è il braccio destro di Berlusconi dai tempi dell’Università.
Le cronache narrano che Dell’Utri organizzasse per Berlusconi le partite di calcetto dell’Opus Dei.
Fu Dell’Utri a portare ad Arcore un nuovo stalliere: Vittorio Mangano.
Vittorio Mangano fu indicato nel Maxi-Processo come appartenente a Cosa Nostra della famiglia di Pippo Calò.
Ricoprì il ruolo di stalliere ad Arcore, nella villa del Cavaliere Silvio Berlusconi dal 1973 al 1975.
Gestiva un traffico di droga nel milanese, utilizzando uno strano sistema di comunicazione criptata, chiamando la droga “cavalli”.
Per capire meglio il ruolo di stalliere di Vittorio Mangano e di Dell’Utri, possiamo leggere uno stralcio di intervista rilasciata dal Giudice Paolo Borsellino ad un giornalista francese, poco prima che il Giudice Giovanni Falcone venisse brutalmente assassinato sull’autostrada di Capaci.
Borsellino: Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in un periodo antecedente al Maxi-Processo e precisamente negli anni fra il 1975 e il 1980, ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane. Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come “uomo d’onore” appartenente a Cosa Nostra.
Giornalista: “Uomo d’onore” di che famiglia?
Borsellino: Uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè del….di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia alla quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano, ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io e risultava altresì dal….da un procedimento cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al Maxi-Processo, che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga che….dei traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane.

Giornalista: E questo Mangano Vittorio faceva traffico di droga a Milano?
Borsellino: Il Mangano di droga….eh….Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui, conversando con altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche come “magliette” o “cavalli”.
Giornalista: Comunque lei in quanto esperto, lei può dire che quando Mangano parla di “cavalli” al telefono vuol dire droga?
Borsellino: Sì, tra l’altro questa tesi dei “cavalli” che vogliono dire droga, è una tesi che fu asseverata alla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tant’è che Mangano fu condannato al dibattimento del Maxi-Processo per traffico di droga.
Giornalista: Dell’Utri non c’entra in questa storia?
Borsellino: Dell’Utri non è stato imputato del Maxi-Processo per quanto io ne ricordi, so che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano.
Giornalista: A Palermo?
Borsellino: Si, credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari.
Giornalista: Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri?
Borsellino: Non ne conosco i particolari, (consulta delle carte, che aveva dinanzi sulla scrivania) potrei consultare avendo preso qualche appunto, cioè si parla di….Dell’Utri Marcello e Alberto, entrambi.
Giornalista: I fratelli?
Borsellino: Sì.
Giornalista: Quelli della Publitalia?
Borsellino: Sì.
Giornalista: Mangano era un “pesce pilota”?
Borsellino: Sì, guardi….le posso dire che era uno di quei personaggi che ecco….erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord-Italia.
Giornalista: Si è detto che ha lavorato per Berlusconi?
Borsellino: (lungo sospiro) Non le saprei dire in proposito o…anche se….dico….debbo far presente che….come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo, poiché ci sono….so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali….non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti, ostensibili e quali debbono rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe suoi rapporti con Berlusconi, è una vicenda che la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene, non sono io il magistrato che se ne occupa quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla.
Giornalista: C’è un’inchiesta ancora aperta?
Borsellino: So che c’è un’inchiesta ancora aperta.
Giornalista: Su Mangano e Berlusconi a Palermo?
Borsellino: Sì.

L’11 dicembre 2004 arriva la sentenza del tribunale di Palermo che condanna Marcello Dell’Utri a nove anni di reclusione con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
Oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e il risarcimento alle parti civili costituite, cioè il Comune e la Provincia di Palermo, di 70.000 euro.
Nella sentenza si legge: «La pluralità dell’attività posta in essere da Dell’Utri, per la rilevanza causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di Cosa nostra, alla quale è stata, tra l’altro offerta l’opportunità, sempre con la mediazione di Dell’Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell’economia e della finanza, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che politici».

6 Risposte to “mafia e politica”

  1. […] mafia e politica […]

  2. niente male, penso che alcuni stralci li posto pure io con un bel link, mi dai il permesso?

  3. devilmanga said

    Ovviamente!.. è un testo libero per tutti!

  4. Sempre più spesso ci si chiede quali sono i motivi per cui la Sicilia stenta a divenire una parte del mondo normale. Sembra che l’illegalità in Sicilia venga da chissà dove o sia nel DNA della stessa società. In realtà essa ha una matrice storica ben precisa, e di rango costituzionale, rispetto alla quale tutte le altre illegalità non sono che semplici conseguenze.

    Una domanda che racchiude in sé una lunga serie di perché e di non risposte.

    Senza andare troppo lontano (gli illegittimi decreti dell’8 dicembre 1816 che sancivano la nascita di un mai esistito “Regno delle Due Sicilie”, la farsa del plebiscito del 21 ottobre 1860 per evitare la dovuta convocazione del Parlamento Siciliano affinché negoziasse le condizioni di confederazione della Sicilia con l’Italia), partiamo dal Dopoguerra, dal 15 maggio1946.

    La Sicilia aveva, in quella data, conquistato un proprio Statuto d’Autonomia approvato ancor prima della Costituzione italiana ed in esso integralmente inserito senza nessuna modifica; Statuto che, sulla carta, nasceva da un “patto” tra Sicilia e Italia, perciò sanava ogni precedente ingiustizia e pretendeva di rispondere, finalmente, al secolare diritto ed anelito dei Siciliani all’Autogoverno, sia pure in un contesto nazionale e statuale più ampio.

    Per effetto di ciò la Sicilia sarebbe dovuta essere, nello spirito quando non ancora nella lettera del dettato statutario, uno Stato confederato all’Italia con propri poteri e prerogative sovrane, ad eccetto di poche competenze residuali lasciate allo Stato centrale italiano.

    Invece, complici gli accordi segreti dai politicanti siciliani dell’epoca post-bellica, vuoi per l’interesse generale del governo nazionale che “ha utilizzato” sistematicamente la Sicilia come colonia interna più che come proprio compartimento autonomo e vuoi per l’insipienza dei politici attuali, l’illegalità costituzionale diviene in Sicilia la madre di tutte le illegalità e soprusi.

    È innegabile, infatti, che l’illegalità odierna nasca proprio con l’Autonomia, conquistata e mai realmente avuta, per interessi personali, di partito e trasversali.

    Lo Statuto impone un drastico cambiamento nei rapporti Sicilia/Stato Italiano e prevede una serie di disposizioni “costituzionali” quali la cancellazione dall’ordinamento regionale siciliano delle province (inutili istituzioni “mangia soldi”, inventate, in Sicilia, sempre – guarda caso – in quel lontano 1816 come espressione del centralismo, allora napoletano e dopo romano) fatte ricomparire con legge ordinaria siciliana dalla finestre con l’aggiunta dell’aggettivo “regionale”, la soppressione della figura del prefetto con conseguente trasferimento di tutti i poteri di quest’ultimo al Presidente della Regione Siciliana o agli organi di polizia che questi avesse dovuto istituire nel territorio, la creazione di una Corte paritetica Stato/Regione, etc., persino la possibilità, implicita nell’art. 40, di avere una politica monetaria autonoma e di trattenere nell’isola i proventi dei diritti di signoraggio derivanti dall’emissione di moneta e dalle transazioni valutarie con l’estero o il trasferimento “integrale” (teoricamente comprese la giustizia e le forze armate), implicito nell’art.20, delle funzioni statali nell’Isola a favore delle nostre istituzioni.

    In quasi sessant’anni, la questione Siciliana è stata oggetto di conferenze, incontri, dibattimenti fini a se stessi, ovvero fini allo spreco di denaro pubblico ove si consideri che ogni conferenza di questo tipo, di livello “ministeriale, non costa mai meno di quattrocentomila euro.

    Nello stesso periodo tutti i tentativi di “applicazione” di quella che è “solo” un pezzo della Costituzione della Repubblica Italiana sono sempre stati soffocati sul nascere, anzi si è posta in essere tutta una giurisprudenza costituzionale “abrogativa” finalizzata solo a cancellare ogni residuo di “vera” autonomia dei Siciliani.

    A questo punto ci si chiede: come si vuole sconfiggere la criminalità e l’illegalità in Sicilia quando la struttura stessa dell’ordinamento regionale giuridico ed amministrativo è illegale e non costituzionale?

    La verità è che nessuno, complice sempre l’insipienza dei cosiddetti politici siciliani, sempre attenti al posto al sole ed agli interessi delle segreterie nazionali più che alla reali esigenze dei Siciliani, vuole che nulla cambi.

    Lo Stato sa che il 60% del lavoro in Sicilia è in nero; le forze di Polizia sanno che un negozio su due ha personale non in regola, che un’impresa su due impiega mano d’opera in nero, i carabinieri sanno esattamente dove insiste l’illegalità e la criminalità, eppure, lo Stato in Sicilia è opprimente quanto assente, le forze di Polizia in gran numero in Sicilia sembra guardino dalla parte opposta rispetto al vero problema criminoso.

    In questo contesto chiunque cerchi di portare giustizia in Sicilia operando con coscienza ed amore per la propria terra, vedi i giudici Falcone, Borsellino, Chinnici ed altri operatori delle forze di Polizia barbaramente assassinati per “distrazione” dello Stato centrale che li ha abbandonati quando avrebbero dovuto essere non solo incoraggiati “al martirio” ma assistiti e protetti, viene eliminato.

    La politica siciliana sempre sotto l’occhio del ciclone e perennemente accusata di collusione con la mafia e che vede sempre più spesso rappresentanti all’ARS e governanti accusati formalmente di essere collusi o “fiancheggiatori”, vedi il Presidente Cuffaro, è troppo legata al potere e non sente la necessità di onorare il mandato dimettendosi da ogni carica.

    Cuffaro, per certi aspetti è la dimostrazione che in Sicilia tutto è fatto per il potere. In ogni parte del mondo per una semplice accusa di non aver pagato una contravvenzione al codice della strada ci si dimette, in Sicilia, un’accusa infamante e grave come quella di collusione con la mafia viene considerata quasi “una scocciatura”.

    E’una barzelletta l’affermazione di berlusconiana memoria che essendo eletti dal popolo al popolo devono rendere conto. Se veramente devono rendere conto al popolo avrebbero il dovere morale e civico di dimettersi ……invece, come il governatore della Banca d’Italia rimangono incollati alle loro poltrone contro tutti e contro tutto.

    L’onore, quell’onore Siciliano di altri tempi, oramai è sotterrato sotto un metro di terra con i “veri padri della libertà Siciliana” che purtroppo non hanno avuto figli degni di questo nome.

    In questo contesto, e quindi nell’illegalità generale ed istituzionalizzata, non sfuggono certi comportamenti oppressivi ed illeciti di alcuni uomini delle forze dell’ordine che, forti della divisa indossata, pensano di essere autorizzati a trattare il cittadino onesto e rispettoso della legge alla stregua di un criminale.

    L’abuso di potere in Sicilia è quotidianità e non può meravigliare la diffidenza che il popolo Siciliano ha nei confronti delle forze di polizia sempre più spesso impuniti per i loro comportamenti.

    Il popolo Siciliano non è omertoso per paura della criminalità o per propensione genetica; ha solo paura dell’assenza delle istituzioni che distratte dalle loro beghe politiche finiscono per danneggiare i cittadini concedendo sempre più potere alla delinquenza organizzata e non.

    ANTUDO

  5. Villarosa Guido said

    Riporto qui di seguito un estratto dal vostro sito https://duedicuori.wordpress.com/mafia-e-politica/ che riguards il delitto Notarbartolo. Vi sono due errori sugli anni 1983 e 1989 dato che l’omicidio venne commensso alla fine del 1800.

    Cordialmente
    Guido Villarosa

    “Questi due “bravi” rapirono Emanuele Notarbartolo, e il primo febbraio 1983 lo accoltellarono con 27 colpi di pugnale sul treno che va da Termini Imerese a Trabia.
    Il mandante del delitto fu individuato nell’Onorevole Raffaele Palizzolo, che nel 1989 fu formalmente accusato per associazione a delinquere. La Camera dei Deputati autorizzò il processo a suo carico come mandante.”

    • salvatore lamia said

      ho letto con affetto ciò che scrivi e condivido appieno.da siciliano vorrei fare qualcosa di più ma mi limito a dirti semplicemente bravo,sono quelli come te che mi fanno sentire orgoglioso di essere siciliano.

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